La complicanza di Mr. Zimmerman

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Ho visto il film “Io non sono qui” I’m not here di Todd Haynes, una biografia intelligente e originale sulla  complicata personalità di Mr. Robert Allen Zimmerman, nato a Duluth nel Minnesota il 24 maggio 1941 e ancora vivo, al contrario di altri artisti complicati della sua generazione. La complicanza, quindi, come prerogativa dell’originalità, ciò che differenzia chi entra nell’immaginario e si fa memoria da chi, pur sforzandosi, resta nel paradossale anonimato dello show business. La pellicola di Haynes secondo alcuni critici non avrà gran successo di pubblico in Italia proprio perché troppo colta, troppo bella, troppo complicata.

 

Zimmerman è portato sullo schermo in sei modi differenti da sei personaggi differenti, interpretati da sei attori differenti tra cui nomi più che noti come Richard Gere, Cate Blanchett, Christian Bale e Heath Ledger. Interpretazione strepitosa quella della Blanchett, trasformatasi in uomo, rockstar cinica e sperduta, in difesa/o. Tutte sfumature che le sono valse la coppa Volpi a Venezia 64. Ho amato alcuni dei sei personaggi più di altri, o forse meglio non ne ho amato solo uno, quello più normale, quello che forse assomiglia di più a noi comuni mortali, quello che s’innamora, che mette su famiglia, fa successo, tradisce, si sente una merda fino a quando non accetta di essere una merda. Troppo simile a tutti noi, troppa poesia domestica. La poesia, appunto, che serpeggia nel film e ulula da dietro le spalle di Zimmerman Rimbaud, interrogato intervistato in bianco e nero, accusato e reo confesso di simpatie rivoluzionarie e vicinanza con le Black Panthers in un’america con la minuscola. La poesia che cammina al fianco di Zimmerman ragazzino nero dal nome bianco (Woody Guthrie), dalla voce nera, dallo strumento bianco (la chitarra con su scritto This machine kills fascists). La poesia che si fa spazio dietro la sella e cavalca con Zimmerman Billy the Kid stanco e invecchiato tra i boschi dell’America con la maiuscola tutta intenta a sopportare le ingiustizie in un villaggio dal nome noto Halloween, dove tutti sono rassegnati alla depressione del ’29.

 

E poi tutto mescolato senza la supponenza della cronologia, tutto montato tra bianco e nero e colore ad esaltare i riferimenti nascosti, per pochi davvero, a Fellini, a Jean Vigo, ai Beatles, alla poesia, al cinema complicato. Immagini così dense di memoria che sfumano solo quando la musica, quella vera persino con la voce di Zimmerman, invade la sala e sei costretto a cantare sottovoce The times they are a-changin’ o Knockin’ on heaven’s doors e la sala si svuota e solo allora comprendi perché Zimmerman per la prima volta ha dato il consenso alla produzione del film, l’unica biografia filmata autorizzata da Bob Dylan.

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