Le incisioni dell’artista messicano Sergio Toledo al MIDAC, Belforte del Chienti 6 ottobre 2007

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Da Tecate, Baja California, Messico a Belforte del Chienti, Marche, Italia il viaggio sembra lunghissimo, c’è un oceano di mezzo, c’è tanta storia da attraversare, ma a volte il tragitto è più breve del previsto. Questo è quanto succeso a Sergio Toledo, artista, incisore messicano di 29 anni sbarcato tra le colline marchigiane per presentare la sua prima personale italiana fortemente voluta dall’associazione Terra dell’Arte, dal suo infaticabile promotre Alfonso Caputo e dal Comune di Belforte del Chienti.

La mostra, inaugurata sabato 6 ottobre 2007, è stata allestita presso il MIDAC (Museo Internazionale Dinamico di Arte Contemporanea), uno spazio bellissimo ricavato all’interno della trecentesca chiesa sconsacrata di San Sebastiano. Un luogo speciale, recentemente restaurato e con all’interno degli affreschi davvero suggestivi che fanno da spettatori inerti alle tante e interessanti inziative che il direttore artistico Caputo e il Comune di Belforte vi propongono. Al vernissage si è presentata un bel po’ di gente (artisti, amministratori, semplici curiosi) tanto che persino Segio Toledo, con i suoi lunghi capelli sembrava stupito dalla tanta attenzione nei suoi confronti; ad accompagnarlo c’era Laura Castanedo, nota artista e performer messicana che invece, avvolta nella sua tunica bianca, sembrava davvero a suo agio nell’intrattenere i tanti intervenuti.

Le opere di Toledo, quasi tutte incisioni, hanno come base di partenza l’idea del riutilizzo, del riciclo di materiali e oggetti tipo schede telefoniche sopra le quali, con tecnica e perizia riprodurre scorci di paesaggi messicani, volti e oggetti quasi stereotipati della nazione centramericana. Lo stereotipo, appunto che se riprodotto in serie diventa icona, opera, identità. Una forma raffinata di interfacciarsi con il popolare e quindi con il popolo, di essere all’avanguardia pur mantenedo la tradizione.

Fanno colpo anche le opere nelle quali vengono utilizzati per l’incisione dischi di ogni tipo, compresi i vecchi vinili. Il disco come simbolo che lega forte la civiltà messicana, quella precolombiana e quella odierna, frutto di mutamenti, colonizzazioni, rivoluzioni e restaurazioni ma pure sempre in fermento, capace di scrollarsi di dosso con forza ogni appellativo riduttivo nel confronto impari con i ricchi vicini statunitensi. Certo che l’influenzarsi è inevitabile ma più passa il tempo e più le proprozioni di questa disputa pendono a favore del paese latino.

Toledo mi sembra che si faccia carico di questa eredità e nelle pieghe della sua arte c’è l’orgoglio di un popolo multiplo eppure unico. Addirittura dalle incisioni l’artista ricava anche degli adesivi sullo stile di quelli pubblicitari, tanto diffusi negli anni ’80, colorati, lucidi, attraenti al punto che sembra inevitabili prenderne alcuni pur sapendo che non si avrà mai più il coraggio di appiccicarli sul retro di un’auto o sulle cartelline della scuola, ora già pronte, omologate, firmate in serie. Un’altro paradosso che l’arte svela: quando il prodotto “povero” di serie diventa più originale di quello falsamente originale che l’industria del finto pezzo unico, quella che chiamiamo del lusso ci propone. Il polo del lusso spazzato via da ciò che di più umile e necessario esiste, il materiale riciclato.

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