Passato recente e presente della poesia marchigiana e della sua presunta linea

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Esiste una linea marchigiana in poesia? Su questa domanda si basa un dibattito che va avanti almeno da trent’anni, forse più. Molti i fautori del no, altrettanti quelli del sì e tra quest’ultimi, fatti determinati distinguo, c’è anche il sottoscritto. La logica vuole che, essendo le Marche la regione al plurale per eccellenza, dal nome agli accenti, dalla configurazione geografica a quella economica; anche da un punto di vista letterario non dovrebbero esistere punti in comune. Eppure, oltrepassando la cifra stilistica, c’è qualcosa che, passando per il territorio, va ad incidere sulla produzione letteraria.

Il mio contributo a questa discussione mi porta quindi a dire che i poeti marchigiani non sono accomunati dallo stile ma da almeno quarant’anni a questa parte le Marche hanno espresso in qualità e quantità il più visibile gruppo di autori. Divisi da un passaggio generazionale anche abbastanza marcato e non senza conflitti ma comunque capaci di riconoscersi a vicenda tranne che in pochi sporadici e ininfluenti attriti personali. Nel resto d’Italia dagli anni ’70 fino alla fine del millennio nessun’altra regione è stata capace di esprimere tanti autori di qualità quanto le Marche. Da nord a sud della regione è possibile citare, scusandomi fin d’ora per le dimenticanze: Gianni D’Elia, Umberto Piersanti, Francesco Scarabicchi, Franco Scataglini, Mariangela Bedini, Remo Pagnanelli, Guido Garufi, Filippo Davoli, Luigi Di Ruscio e Eugenio de Signoribus. Una lista che poterebbe essere ampliata ancora molto ma che evidenzia un fattore negativo cioè l’assenza totale (o comunque la presenza assai marginale) di una poesia femminile.

La generazione successiva, quella che ha acquistato una maturità letteraria dopo il 2000 è altrettanto nutrita e visibile tant’è che in diversi contesti esterni alle Marche si parla, magari con superficialità, di linea marchigiana. Questa nuova generazione di poeti nati più o meno negli anni settanta ha portato alla luce, rendendolo più visibile a livello nazionale, un movimento creativo originale, magari privo di una visione letteraria univoca ma sicuramente centrale, in Italia, nonostante la sua eterogeneità.

Cristina Babino, Massimo Gezzi, Franca Mancinelli, Renata Morresi, chi scrive, Luigi Socci e Giampaolo Vincenzi e tanti tanti altri sono un’ottima prima linea leteraria, un piccolo vanto per questa regione, un tesoro da conservare. Mi viene da suggerire che con qualche accorgimento e un maggiore spirito di collaborazione questa splendida realtà marchigiana potrà soltanto migliorare. In città storicamente all’avanguardia come Firenze o Roma guardano con attenzione al fenomeno marchigiano.

Sta a noi ora dimostrare maturità poetica ed umana; disperdere un tale patrimonio, evitare le collaborazioni, far prevalere i personalismi e i pettegolezzi sarebbe un suicidio letterario.

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8 Risposte to “Passato recente e presente della poesia marchigiana e della sua presunta linea”

  1. Francesco Accattoli Says:

    Caro Alessandro,

    la questione che ti poni è quanto mai amletica. Tuttavia a mio avviso non posso che ravvisare alcuni punti poco chiari nel tuo discorso . Non tanto per il fatto che tra i tanti hai citato come scrittori persone che magari hanno un solo libro all’attivo, ma soprattutto perchè ne hai dimenticati altri molto importanti, e non dico di me, che mi considero non all’altezza di entrare nel novero, ma persone come ad esempio Enrico Piergallini, le anconetane Barbara Coacci e Natalia Paci, piuttosto che Davide Nota e i ragazzi de La Gru. Comprendo che elencare tutti sarebbe stato impossibile, qualcuno si sarebbe comunque piccato per l’esclusione, ma il punto nodale sta proprio in questo: lo spirito di collaborazione. E’ palpabile un senso di superiorità da parte di chi è riuscito a far breccia nel ristretto mondo dei critici, il “quartierino” dove non ci sono i furbetti, è vero, ma i “primi della classe”. Frustrazione è la parola che mi viene in mente quando mi sono trovato a dialogare con alcuni colleghi marchigiani, se vuoi posso fare anche i nomi, non è un problema: una sensazione di diffidenza mista ad una certa inadeguatezza. E’ difficile collaborare quando per ottenere un dialogo occorre scrivere tre mail, o magari parlare a quattr’occhi quando almeno due fissano da un’altra parte. Devo riconoscere la mia totale mancanza di diplomazia da salotto, altrettanto schiettamente però voglio sottolineare i miei sforzi nel creare un clima disteso con chi, come me, ha scelto la via della poesia. Una parola la voglio, mi scuserai se sono di parte, spendere per una persona come Luigi Socci (e in questo anche tu non sei da meno): attorno alla sua sapienza e al suo eclettismo ha saputo riunire piccole voci poetiche che sono cresciute nel tempo e si sono fatte mature, e lo ha fatto sempre con la massima apertura, senza guardare mai nessuno dall’alto in basso, sempre, e dico sempre, con la disponibilità ad ascoltare, prima di tutto, e poi a consigliare, qualora glielo si domandasse.
    Tuttavia per alcuni ancora valgono i galloni conquistati sul campo, che esso sia vasto o ristretto non importa. Non mi garba come risposta, per altro già trita e ritrita, che i poeti sono per natura introversi e parchi nell’intessere relazioni sociali, ho avuto la conferma del contrario mille volte, per ultima la conoscenza di un ragazzo assai solare e disponibile come Massimo Gezzi.
    A mio avviso finchè non si deporanno i gradi e si smetteranno gli abiti da cerimonia, le Marche, anche in poesia, resteranno frazionate.
    Cordialmente tuo
    Francesco

  2. alessandroseri Says:

    Caro Francesco, concordo sui nomi che fai e cioè sui ragazzi della Gru (Davide Nota, Loris Ferri, Stefano Sanchini…) e concordo anche rispetto a Enrico Piergallini (che scrisse anni or sono un bellissimo commento alle mie poesie su Atelier) e anche su Natalia Paci e Barbara Coacci. Tant’è che proprio questi autori (tranne Piergallini e Nota) sono già stati invitati a leggere e hanno letto alle iniziative maceratesi di Licenze Poetiche, e anche tu non dovresti poi considerarti così fuori dal “quartierino” dato che hai fatto parte del gruppo de La punta della lingua fino a qualche tempo fa e se non vado errato hai già presentato il tuo libro a Macerata con Licenze Poetiche, insieme alla cara Franca Mancinelli e poi in tempi non sospetti (comunque prima di questo tuo “strano” commento) sei stato indicato dalla giuria di Poesia di Strada (che tu ben conosci!) in modo più che positivo. Quindi ora, dato che l’hai detto sopra, facci i nomi degli autori con i quali hai dialogato e che ti hanno provocato un senso di frustrazione. Cosìcché tutti noi che pensiamo ad una collaborazione costruttiva tra gli autori marchigiani potremo in futuro, in base al tuo consiglio, evitare di chiedere, a questi che tu indicherai, possibili collaborazioni. Per il resto concordo in tutto e ribadisco che i nomi di punta, quelli che incontrovertibilmente sono più visibili rispetto ad altri, restano i sei di cui ho scritto, magari sette ma il settimo non devo certo indicarlo io. In ultimo ti invito a continuare nel tuo percorso poetico che proprio in questo periodo sembra sia fruttuoso. Se servirà non mancherò di leggerti, consigliarti e darti indicazioni come ho fatto negli ultimi tempi.
    Alessandro

  3. Alessio Alessandrini Says:

    Caro Alessandro, leggendo questa tua breve nota sulla poesia marchigiana ho preso spunto per recuperare quanto scrissi, (ormai dieci anni fa), in merito sull’introduzione alla mia tesi di laurea. In quell’occasione parlai di una “doppia frontiera” che il poeta marchigiano doveva superare; una duplice marginalità: interna, dovuta alla morfologia del territorio che isola ogni lucus per farlo divenire un hortus conclusus (una frammentazione geografica accentuata dalla pluralità linguistica), esterna, causata dalla posizione di confine (cfr: etimologia di Marca) della regione stessa. Marginalità e pluralità sono termini che si addicono al poeta marchigiano, ma sono anche caratteristiche che permettono allo stesso di aver alcune peculiarità. Proprio per questo inconscio desiderio di andare oltre la siepe, oltre la “soglia del paese” (ndr: Alfredo Luzi), di giocarsela con “L’infinito”, la scrittura dei marchigiani si sostanzia per una doppia ansia: ansia interrogativa e ansia comunicativa. Oggi aggiungerei anche una sorta di vocazione alla immaginazione e all’ironia. Insomma, a me sembra che potremmo definire il poeta marchigiano un novello “Palomar” che dal suo osservatorio privilegiato, e nascosto, si prende la briga di analizzare il mondo circostante, magari con il più raffinato binocolo (quello dell’ironia, ad esempio). Ne ritrovo giusto simbolo nella tua poesia “Lo stilista”, un po’ leopardiano, un po’ bischero (direbbero i toscani), quest’ uomo isolato, al margine della via, ma pronto a dire, a suo modo, la sua. Aggiungerei solo una formula: poetica delle colline, così definirei, se fosse possibile, una linea comune alla poesia marchigiana. Oggi la valutazione sociolinguistica che feci allora mi pare meno convincente, visto che la globalizzazione e la cultura del mause, hanno paradossalmente stigmatizzato le posizioni di confine. Nella nuova geografia letteraria, sempre di più, mi sembra, ci sia spazio per le isole, (per dirla alla Houllebecq), che emergono distintamente nel mare magnum, un arcipelago poetico variegato in cui le stelle già luminose e disperse della poesia marchigiana accampano con maggior lucentezza a formare, nella deriva, una ben visibile costellazione. Non credi? A presto, Alessio Alessandrini (quello del Barconde).

    PS: appena prima di postarti ho letto un intervento di C.Babino su Socci, l’incipit fa al caso nostro: vedere il mondo dallo spioncino, ecco cosa fa il poeta marchigiano (piccoli Palomar crescono …)

  4. francesco Says:

    Caro Alessandro,

    grazie per la pacatezza con la quale hai risposto. Un solo appunto: quello che io chiamo “quartierino” è uno spazio, virtuale, che non mi appartiene affatto, lo dimostra il non essere conosciuto e ri-conosciuto da nessun critico o rivista o scrittore, a parte coloro che ho incontrato sul mio cammino e che si sono avvicinati come persone prima che come poeti o letterati. Fai riferimento alla Punta della Lingua, io dico Niewiem, che ai miei tempi era una combriccola allegramente dedita alla poesia e alla socializzazione, nulla di incensato.
    I nomi li faccio in privato a chi me li chiede, non ho problemi di etichetta, non voglio alimentare inutili polemiche mediatiche.
    Per qualsiasi approfondimento, chiarimento o riflessione ti invito a leggere il mio posto “ancora sulla linea marchigiana” nel mio blog http://www.sequestocosmo.wordpress.com.
    A presto e un caro saluto
    Francesco

  5. Luigi Di Ruscio Says:

    Prosa ricavata dall’Allucinazione del sottoscritto Luigi Di Ruscio, casa editrice “affinità elettive” di Ancona CATTEDRALE, 2007

    Ieri passeggiando pensavo a una possibile poesia per mia moglie, un elogio alla “forza della sua debolezza”, il “superare le malattie più gravi con un’alzata di spalle”, un girare nel labirinto delle piccole cose, nominare le crune degli aghi, un bottone staccato e perso, la telefonata che fa bruciare la frittata, ci perdiamo nel caos delle cose minuscole e penso che per queste cose sono brave le scrittrici, le donne vivono nella concretezza delle mura domestiche senza divagare, noi invece pensiamo sempre ad altro e Gustav Aschenbach viveva in albergo, a me piacerebbe vedere un bel diario della ragazza delle pulizie di quell’albergo. Immagina un diario di una di quelle suore che accudisce il papa, che magari al papa dovranno anche pulirgli il culo, dovranno lavarlo, pulirlo come fosse un bambino. Una scrittura vicinissima all’orribile concretezza di ogni giorno, devo averlo un libro di una svedese, il diario di una lavatrice di pavimenti, spero di ritrovarlo.

  6. Luigi Di Ruscio Says:

    Ieri passeggiando pensavo a una possibile poesia per mia moglie, un elogio alla “forza della sua debolezza”, il “superare le malattie più gravi con un’alzata di spalle”, un girare nel labirinto delle piccole cose, nominare le crune degli aghi, un bottone staccato e perso, la telefonata che fa bruciare la frittata, ci perdiamo nel caos delle cose minuscole e penso che per queste cose sono brave le scrittrici, le donne vivono nella concretezza delle mura domestiche senza divagare, noi invece pensiamo sempre ad altro e Gustav Aschenbach viveva in albergo, a me piacerebbe vedere un bel diario della ragazza delle pulizie di quell’albergo. Immagina un diario di una di quelle suore che accudisce il papa, che magari al papa dovranno anche pulirgli il culo, dovranno lavarlo, pulirlo come fosse un bambino. Una scrittura vicinissima all’orribile concretezza di ogni giorno, devo averlo un libro di una svedese, il diario di una lavatrice di pavimenti, spero di ritrovarlo.
    Luigi Di Ruscio

  7. Luigi Di Ruscio Says:

    Scusate la mia memoria che peggiora continuamente, mi sono ripetuto, luigi di ruscio

  8. luigi di ruscio Says:

    Io non sono un grande poeta,
    non sono neppure un piccolo poeta,
    io sono niente,
    sono solo le mie poesie ad essere molto belle,
    io sono brutto, zoppo,
    faccio sbagli ortografici,
    sono solo le mie poesie ad essere molto belle
    non sono io ad aver scritto le mie poesie
    ci deve essere un altro nascosto dentro di me

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