O reche modo e Boxe, il teatro di qualità a Macerata sfonda il recinto dell’ex mattatoio

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Domenica 25 novembre 2007 mi è capitato di assistere a due rappresentazioni teatrali davvero interessanti. Una dietro l’altra, entrambe in occasione del Festival “Non ho tempo e serve tempo” diretto da Andrea Fazzini e da Giuditta Chiaraluce. I due spettacoli si sono svolti nei locali dell’ex mattatoio che sono ormai in via di completo recupero e diventeranno presto il luogo deputato alla produzione culturale a Macerata.

La prima piéce O reche modo – Madrigale urgente per sei attori di  Gianluca Gentili con Omero Affede, Carmen Chimenti, Giorgio Contigiani, Micaela Piccinini, David Quintili e Francesca Rossi Brunori; è stata  esempio molto interessante e raffinato di utilizzo della voce e dello spazio come espressione e trasposizione di musica e parole. L’ideatore e regista ha utilizzato scritti di Antonin Artaud come se fossero suoni, partitura musicale e lo stesso è valso per i movimenti dei sei attori. Uno al centro seduto dondolante su di un’altalena come fosse una nota lunga, circondato da quattro figure ferme ai quattro lati come accordi e ancora una sesto personaggio (femminile) a perimetrare il rettangolo come fosse, in questo caso, traccia di melodia. Poi un’implosione e ancora un’esplosione e i corpi e le voci si sono sparsi nello spazio in un’apparente confusione o caos che per contro definizione ha assunto una logica mostruosa di eleganza fino all’stante dell’assenza.

Gianluca Gentili è un grande musicista che mi incuriosisce da anni e in un certo senso da anni ci rincorriamo l’un l’altro senza esserci mai presi; ma ho certezza che a breve accadrà qualcosa e allora saranno fuochi d’artificio cinesi e draghi colorati e viaggi incomprensibili.

A seguire ho assistito al sorprendente e, per me bellissimo, BOXE La voce del corpo – partitura per attore e quattro sassofoni di e con Maurizio Rinaldelli Uncinetti. Una rappresentazione tutta incentrata sul corpo che scava dentro l’attesa e il dramma del pugile prima del combattimento. Rinaldelli, con l’ausilio di pochi oggetti: uno sgabello, uno specchio e con il ritmo scandito dai fiati di Alberto Napolitano/soprano, Leonardo Sbaffi/contralto, Antonio Aucello/tenore e Alessandro Inglese/baritono ha messo in scena il suo corpo trasformandolo in pre evento sportivo, in ansia e tensione, in ballo e cultura dell’introspezione. Una rivelazione profonda, a suo modo entusiasmante persino negli imprevisti da palcoscenico e nelle parole (troppo semplici?) e formule scritte sul muro. Dicono che la boxe sia un’arte a me pare che Rinaldelli l’abbia trasformata in psicanalisi riuscendoci tra l’altro molto bene, al di là dell’immagine corporea.

Alla fine, oltre che assistere a queste due eccellenze, è stato interessante scoprire lo spazio dell’ex mattatoio che se gestito in modo oculato potrebbe diventare, fatte le debite proporzioni, simile ai grandi poli d’attrazione culturale esistenti nelle capitali europee vedi Vienna, Londra o Parigi.

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