31 gennaio 2008 Luigi Socci al Terminal di Macerata

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di Renata Morresi

Giovedì 31 gennaio sono uscita finalmente – doveva venire Socci a leggere per smuovere cotanto. C’eravamo io, Luigi Socci, Hugo Pratt, Manacorda, Blade Runner, Bernini, Ubu roi, Hector German Oesterheld, le maschere di Prodi e Berlusconi, l’eternauta, G.V., Incantesimo, Caproni, Santa Teresa (in posa da San Sebastiano), la classe di Yoga dell’ostessa, laraluc, Nevia senza Darix, Palazzeschi, la Girella, Quattrocchi e alcuni malconci canta-che-te-passa.

C’era Luigi Socci che leggeva al Terminal quindi. Che non era solo Luigi Socci, e non era solo che leggeva, e il Terminal non è neanche quel che sembra. Simbolicamente potrebbe far da termine, finale, chiusura, compimento.

Ma no. E’ un bel pubbetto di Macerata dove si portano i poeti a far cose. Un pubblico attento e diletto, un palchetto con quadri jazzy di sfondo, un vinello santo. E Luigi Socci che legge, appunto. Che non legge soltanto, ché Socci dice che legge, ma invero lui dice il che legge e si vede che dice, e questo a me piace molto. Vedere chi dice il che legge è come vedere la voce che scrive. Come vedere la voce che sta a fare il dire. Un gran bel giulebbe (direbbe Rosaria). Ebbene Luigi Socci faceva il suo suo bel dire e tutto il resto, grandissimo performatore, arguto/ironico/dissacratore/paradossale, come tutti già sanno, con quelle poesie che fanno tante rime, che sembrano facili e innocentine, ma sono feroci e fanno male. Che soprattutto mi fanno venire in mente che avevo ragione da piccola ad avere paura delle marionette. Simulacri vuoti che imitavano il vivere e morivano e morivano e morivano. Mi facevano una compassione insostenibile, per quella pena che si ripeteva invano, ché tanto non morivano.

Così le poesie di Socci mi fanno pensare a che orrore è essere piccoli e restare impotenti di fronte alla nudità, alla non dignità dei burattini, alla loro non vita che è solo la retorica ripetizione dei gesti della vita, gesti dell’amore, gesti dell’onore. E che orrore avere paura di essere quei burattini (voi non avete mai fatto quell’incubo in cui scoprivate un giorno che si era tutti degli enormi scarafaggi extraterrestri solamente coperti da maschere d’umano?) Così le poesie di Socci mi fanno pensare a Willy il coyote che corre fuori dal burrone, ma ci mette un po’ a capire che lì sospeso non si può tenere, e quando lo capisce cade.

Una grandissima poesia di compassione.

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