In giro per il Mediterraneo (prima parte)

 

In assenza di eventi letterari la mia vita di ottobre si è svolta per lo più lungo le coste del mediterraneo, dall’Egitto alla Tunisia, da Cipro a Rodi fino a Malta. Insomma un bel giro senza dubbio, tutto indirizzato su due rette parallele. La prima, quella nord africana, affascinante, profumata, confusa e calda; caratterizzata da tre colori: il bianco, il blu e il marrone chiaro. Il mare, il deserto, le case. Una esperienza indimenticabile piena di scoperte, una specie di ritorno al passato o magari la riacqusizione di una leggenda. Il Caso, quello con la lettera maiuscola però, ha fatto sì che i miei piedi si siano posati per la prima volta sul suolo africano in una città fondata da un tipo irascibile che si chiamava come me e che giusto per non sbagliarsi mise il suo nome alla ciità e guarda caso in quella città c’è la più grande biblioteca del mondo.

Alessandria è una città  affascinante, la sua storia ha impronte multiculturali e il suo porto ti accoglie con tutta una serie di grandi relitti affondati, adagiati su un fianco, sembrano ammonimenti al viaggiatore, come a dire che d’ora in poi le cose cambiano, puoi anche perderti ed arenarti o persino affondare tra le onde o tra le dune del mare. Alessandria e poi attraverso il deserto e i tentativi plurimi di strappargli terra, con un viaggio in pulman, sono arrivato a Il Cairo, una megalopoli africana, il caos, l’impossibilità mia di comprendere il fluire del traffico. Quindici milioni di persone strette sulle due rive del Nilo, e sulla strada delle toyota nuove, autobus fatiscenti, motorini e automobili di marche sconosiute prive di sportelli e poi carretti trainati da un cavallo e ragazzini in groppa a somarelli. Tutto su un un’unica corsia stradale, tutto a ricordare che questo è il brodo primordiale dell’umanità.

Un po’ a sud de Il Cairo ovviamente, tutti lo sanno, c’è la spianata di Giza con Cheope, Kefren e Micerino e un altro bel mucchietto di piramidi sparse molto meno famose, solo perchè più piccole. Qui il turismo si fa obiettivamente eccessivo, stessa mescolanza di lingue che trovi a Firenze a maggio solo che invece degli artisti di strada e dei negozi di souvenir qui ci trovi piccoli uomini che tentano di offrirti una passeggiata sul loro povero e stanchissimo cammmello, numerosi giovinastri che appena ti sentono italiano ti snocciolano venti nomi di calciatori e una frase sconcertante per me, quasi da rimanerci senza fiato. Capivano la nazionalità, si avvicinavano e ripetevano ossessionatamente: – Italia uno, Italia uno -.

Per fortuna che la Sfinge un po’ l’aria incazzata seccondo me ce l’ha e più che ai turisti sembra guardare con sospetto gli egiziani che hanno trasformato in bazar un posto che millenni fa era luogo sacro di sepoltura. Però non è che noialtri possiamo tanto parlare visto la ridicolaggine dei centurioni mascherati che stazionano intorno ar Colosseo. A Il Cairo c’è anche un altro luogo affascinante, la trecentesca moschea di Mohammad Alì. Se a qualcuno gli viene in mente il pugile che resetti pure il cervello, qui siamo di fronte a un capolavoro di rara bellezza, un trionfo di ori e stucchi e luci e minareti e tutto sembra bellissimo. Un luogo di culto di rara bellezza. Dal suo cortile si vede in basso la distesa di casacce della città, ammassate e marroni, indistinguibili, pulsanti fino alle sponde del fiume e più in là, in lontananza, sfumate dallo smog ancora le tre piramidi.

L’altra perla araba, il luogo che mi ha affascinato e preso e mi ha schiaffeggiato in positivo, è sicuramente Tunisi e i suoi dintorni. Magia, ordine, investimenti, modernità e tradizione, tutto molto molto molto più bello e funzionante di ogni qual zona da Napoli in giù. Tunisi è una città nobile, anzi direi chic, le sue mura bianche, i suoi portoni, le casbah, i minareti e la gente, bella gente. E poi le cooperative che ti vendono i tappeti coi marchi di qualità insieme ai ragazzini che ti offrono rose del deserto e tamburelli e fiori. Il profumiere che mi porta nella bottega dei profumi, quella vera, quella dove lui i profumi li distilla ancora, e poi i bazar dove puoi comprare ogni cosa, persino delle inutili cianfrusaglie che però siccome le hai comprate lì, contrattando fino all’inverosimile, ti sembra di aver comprato la lampada di aladino e te ne vai via soddisfatto. A pochi chilometri da Tunisi c’è poi Cartagine mica un posto qualunque, insomma Cartagine e le guerre puniche, Cartagine era già lì mentre Romolo e Remo giocavano a chiapparella lungo le rive del Tevere. Cartagine da dove Annibale partì con gli elefanti che avrebbero poi superato le alpi e sarebbero poi scesi giù per la penisola fino a Canne. Cammino su questa terra e mi rendo conto che le civiltà sono in fondo così flebili. Sembra incredibile ma la civiltà, anche la nostra e forse soprattutto la nostra, è flebile. Per fortuna che poi fai due passi e arrivi sulla collinetta di Sidi Bou Said e allora gli scorci di questo posto ti sciorinano via la polvere della storia e ti resta solo la voglia di cercare il mare da più posti possibile, ti affacci dai balconi, e cerchi il blu del Mediterraneo

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