Fiorenza, Sabina e il Davidone

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(in foto Santa Felicita dal Corridoio Vasariano)

Fiorenza mi ha accolto come sempre prodiga di bene e cielo azzurro. Il freddo era di stagione e va ringraziato anch’esso. Fiorenza che ti sorride subito persino in mezzo ai punkabbestia ed ai rumeni senza gambe sparsi sul marciapiede tra la stazione e il centro. Però poi c’è subito San Lorenzo e le cappelle medicee e un tranquillo posto dove sostare giusto il tempo di un avviso. Lo sciopero ci richiama all’ordine e se si vuole camminare lungo i passi segreti dei Medici e dei partigiani è necessario affrettarsi un poco. Si entra facendo di corsa lo scalone su fino all’ultimo piano degli Uffizi e una porta che sembrava segreta, vista tante volte, mai pensata, si apre a cominciare il corridoio.

Alle pareti c’è l’arte e chi ci accompagna è attento al bello, io lo raccolgo il bello, ne godo ad occhi spalancati ma sento pure attorno alla figura un non so che di magico e passato, un’aria di rinascimento agognata diciassette anni. Ogni volta che Fiorenza m’ha accolto, al corridoio io ci passavo sotto e nonostante le Giubbe, la Edison, le Oblate, nonostante Santa Croce e Santissima Annunziata, nonostante gli uffici e le camere d’albergo, io al corridoio aspiravo, laddove si camminava in pochi, laddove in pochi guardavano dei tanti l’esistenza. Intorno c’erano tutti, pure Rembrandt, Rubens, Chagall e Guttuso. Il senso dell’alto m’è arrivato quando mi sono sporto dall’alto su Santa Felicita e lì ho ripensato a tutte le volte che mi ero già visto a guardarmi da sotto me stesso.

Al momento in cui la porta s’è chiusa dietro, infondo al corridoio, ho sospirato come quando si sta bene, soddisfatti, ho assaporato l’aria secca della compiutezza, la gioia del fare e del vedere. Boboli era diverso perchè si entra come da un privilegio e anche qui compare porta segreta, vista tante volte, anch’essa mai pensata. Il Buontalenti con le grotte finte e dentro finti pure i Prigioni e passeggiare al freddo tornando verso la Signoria, dove salutare la mia Guida preziosa. Di nuovo veloci, con Sara, verso la stanza calda per prendere coraggio per la cena a San Frediano. E cena sia, cena che sembra un quadro anch’essa. Rosaria che più dolce e simpatica non si può, il compagno suo e dei libri che mi ha mandato, belli; Marco Simonelli, Simonelli, Sì, monelli; Eleonora Pinzuti che tra tutti i presenti era l’umano che da più tempo conoscevo, per una presentazione antica fatta lungo le irte strade fiesolane; Novella Torre che si ricorda ancora di non esser stata assente a Colmurano, ma poi è diventata noda e poi Poesia di Strada l’ha vinto per davvero ed è venuta a prendersi il dovuto a Tolentino; Andrea Sirotti, che senza di lui chissà come sarebbe andata, senza quei nodi che con Biagini annoda; Sara che sembra più a suo agio con i fiorentini e che mi fa contento vederla rilassata; a capo tavola c’è Rino Cavasino, al quale non smetterò mai di porgere i miei grazie che di regali non c’è dubbio se ne intende. La cena, quando se n’è andata m’ha lasciato addosso un bene santo e luna per chiudere in bellezza, s’è appoggiata davvero su Ponte Vecchio mentre l’Arno lo passavamo in tre da un’altra parte.  

Il giorno dopo c’è stato Davidone, quello vero dell’Accademia che l’altro è tutto infagottato e prima di lui pure i Prigioni veri, chiusi nel marmo, stretti, strazianti nel tentativo vano di venir fuori, essere perfetti. Indefiniti invece nell’aspetto, questi uomini di Michelagnolo, questi corpi che di non umano hanno solo il materiale. Nel pomeriggio c’è stata un’altra fuga da questo tempo buio e disperato perchè Venere e Primavera aspettavano ansiose. Le abbiamo viste belle e a me pareva che Sara si specchiava e non guardava. Gentile da Fabriano, Giotto, qul naso rotto del Duca d’Urbino, la Venere d’Urbino, anch’essa, di Tiziano, che se si sta attento la riconosci, è studentessa dell’università colta in un viaggio nel passato. Me li ricordo a caso gli Uffizi, me li ricordo quasi tutti. Il tondo Doni e ancora Michelagnolo che se la batte col suo cugino un po’ scienziato, Leonardo che annuncia e Raffaello il marchigiano (da sempre mi sembra che sia legame stretto tra sta città ed il di noi casato). Stavolta per salutarmi ho scelto Merisi che pure avevo incontrato a Malta ed Artemisia che strappa la testa e il sangue cola sul cuscino che pare vero.

La cena della seconda sera è stata tradizione, La Sagrestia dove in fondo si mangia appena bene e dopo mangiato a prendersi un caffè al Giubbe Rosse e per non far torto a nessuno una sambuca al Paskowski, sfogliare due libri alla Edison, alzare lo sguardo sul Pendini, pensare al futurismo e ai letti, che dopo tant’arte c’è sempre bisogno di dormire.  Attraversando a ritroso l’appennino lo mando un saluto caldo a Rino, t’aspetto e quando vuoi, la porta di Macerata è aperta, aspetta noi.

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