Parigi ai primi di marzo (1)

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Thalis da Bruxelles a Parigi è un fulmine veloce che non ti rendi conto e la velocità è un bene in quest’anno di celebrazioni futuriste, tanto che quando scendo alla Gare du Nord mi scappa un sospiro di sollievo. Sono a casa. Dentro la metropolitana che mi porta all’albergo di rue Chomel mi sovviene che manco da questo fulcro da quasi quattrodici anni e sembra che il tempo non sia mai passato, qui. In realtà se mi guardo allo specchio rischio un sobbalzo, Parigi è sempre Parigi e il pomeriggio in questa città è di un bello che ti fa stringere le spalle per l’incredulità. Dopo la sistemazione in camera e mentre svuoto la valigia rifletto su come l’aggettivo parigino/a è già di per se un modo per capire quanto tutti noi siamo schiacciati sotto il peso estetico di questa città. Qui si è fatta la storia.

E che volete che faccia nel tardo pomeriggio a Parigi, vado nel posto più vicino al paradiso che esiste su questa terra, una camminata soddisfatta con Sara curiosa e lucente al fianco, su per rue du Bac, poi una deviazione su rue de Grenelle per verificare una portatella per culo di un bel libro (i libri sembra che parlino tutti di Parigi così come i film sembra che parlino tutti di New York), e poi attraversare Boulevard Saint-Germanin e alè, la Senna e così giusto per caso attraversarla sul Pont-Neuf per arrivare a Ile de la Cité e tuffarsi di corsa dentro la parte bassa della Saint- Chapelle, guardarsi un po’ intorno, Sara è già abbastanza esterefatta, visitiamo com calma questa parte e poi le dico di chiudere gli occhi. Chiudi gli occhi che io non l’ho fatto tanti anni fa e mi sono perso la magia di un colpo al cuore. La accompagno su per le scale di pietra a chiocciola, un gradino dopo l’altro, la porta. Io a occhi aperti me lo vedo subito lo spettacolo, a Sara sempre ad occhi chiusi la faccio entrare e la accompagno nel mezzo; ora apri gli occhi, Sara li apre e uoowwsssshhh… ecco il paradiso in terra, le vetrate azzurre e colorate della Saint-Chapelle al tramonto ti inondano ti avvolgono come un lenzuolo di seta e ti sembra di stare nel mare e nel cielo insieme, ti sembra divolare e nuotare, e sei leggero e vorresti piangere per tanto, per tutto questo tanto. E forse è per questo che hanno messo le sedie, per non farti cadere a terra, perchè le gambe tremano davvero. Le vetrate della Saint-Chapelle, il paradiso.

Quando arrivano i custodi e ci invitano ad uscire per la chiusura capisco cosa provarono Adamo ed Eva, e così usciamo alla chetichella però felici di una felicità che dura. E a cena voglio andare a Montmartre in un ristorantino kitch appena fuori dall’uscitta della metropolitana Abesses dove si mangia divinamente. E scende la notte su questa città complice, elegante e matta come piace a me. E sì perchè il mattino dopo è plumbeo e piove ed è un bene aver pensato di dedicarlo a quel postaccio accentratore di bello che viene comunemente menzionato Louvre. Così mi infosso sotto la piramide da rue de Rivoli, mi guardo intorno, prendo i biglietti, ed entro e sbatto e nella prima mezz’ora sbatto ancora come allora per caso contro sto pezzo nero de pietra che sta lì a sorridermi beffardo. Mi saluta in silenzio, siamo alti uguali: – ahò, è un pezzo che non ce se vede – mi dice, ed io, in soggezione gli rispondo: – E già, tutto bene? Sempre nero e immobile èh? – Lui annuisce, di nascosto dai custodi lo carezzo con un gesto che tradotto vuol dire “ci vediamo presto”; il codice di Hammurabi annuisce sorridente.

E dai! Come fai a vedere il mondo intero dentro una città?! E scorro davanti a tutto: Monnalisa, la signorina di Milo, quella incazzosa e fiera di Samotracia, i quadri di Raffello, Ingres, Delacroix, Vermeer e che ne so quanti altri, e poi ecco Amore e Psiche e ci giro intorno e continuo come suuna giostra. C’è così tanta roba che non resisti e crolli, crolli sotto la bellezza, sotto il talento e la storia e ti domandi a cosa serve tutta una vita? Cosa ti manca? Poi abbssi lo sguardo sbatti gli occhi e da una finestra vedi la teoria dell’Arc dou Carousel e poi, Triomphe e poi la Grand Arc, laggiù in lontananza e per ognuno di essi c’è una diversa sfumatura di cielo e due secoli di storia.

Allora vediamo, cosa manca? manca una cena sui campi elisi. E sia. Certo non una cena di quelle super, giusto per riposarsi che ne abbiamo fatta di strada dentro a quella città museo o museo città. E poi il sonno, che ci vuole il sonno. Dove andiamo stamattina, mmm andiamo a trovare un po’ di cadaveri eccellenti, giusto per piangere un po’ e collezionarli sulla guida di Parigi. Pere Lachaise è un nome che conosco dal 1986 dopo aver ascoltato la prima canzone dei Doors che per la precisione era Queen of the Hughway. Pere Lachaise, non piove, si entra si vaga, si cerca e sbatti addosso a Chopin sottoterra, poi fai due passi e t’inquieta vedere il bianco fendente di Oscar Wilde oopure la sobrietà postmortem di Bizet, finché dopo aver buttato un bacio ad Eloisa e Abelardo ti avvicini e senti subito farfugliare, un cicaleccio, mmm lo so lo so, ma quanto ti rompono ancora, nonostante tutto sto tempo? E tant’è che c’è una troupe che gira un film. Non si capisce bene di cosa si tratta ma oltre alla troupe ci stanno altre persone, ragazzini, quarantenni, coppie di mezza età in blue jeans. Tutti lì a portare omaggio a uno che scriveva poesie e per caso gli capitò di fare la rock star planetaria e adesso è solo un’icona pop che per certi versi fa pure un po’ tamarri a sfoggiarla. Che tristezza in fondo, mmm credo che lui non pensava dovesse anadare a finire così il post. Saluto composto, senza guardarmi indietro, saluto in silenzio. Ora la missione è quella di andare a trovare Amedeo. Bisogna salire un po’ per la stradina che porta ai vialoni paralleli. Amedeo sta in mezzo a tanti. Mi viene da pensare che i cimiteri sono posti strani, li capisco poco, poprio come la terra. Ecco di fianco alla strada, c’è questa tomba grigia, forse granito, bislunga e sotto ci stanno in due. Amedeo appunto e Jeanne, stretti stretti, lui si ammazza di eccessi e lei si ammazza per lui. Questa poi non è romanza, questo è reale. Lui è spiantato e geniale di una genialità elegante mentre Picasso ad esempio essendo geniale di una genialità paracula faceva pure i soldi. Amedeo s’è abusato ed è morto a 36 anni. Jeanne era matta d’amore che solo per uno così può essere e gli si è spaccato il cuore, lo vedo sto cuoricino di donna esile di 22 anni rompersi manco fosse di coccio e non riuscire a reggere mentalmente le crepe e il cervello che prima amava e disegnava va in corto circuito, sbrocca, si elettrizza col polo negativo e finisce per rompersi anch’esso con una fumatina grigio scuro, come quella venuta su dal corpo di Jeanne subito dopo essersi buttata dalla finestra il giorno successivo alla morte di Amedeo. E Anna stava lontana a soffrire in altri modi.

Sara piange lì davanti, ed è la cosa più bella che ho visto fare ad un umano maggiorenne da anni a questa parte. Sara piange e vuole restare sola per un po’. Sta sola, non c’è nessuno sulla tomba di Modigliani e Jeanne Hebutherne, è un rispetto che le devo, è una commozione profonda, reale. Questa donna che ha appena festeggiato il suo trentesimo compleanno si erge sola e raccolta davanti al simulacro tragico dell’amore; se uno ci pensa bene quasi uguali a Romeo e Giulietta, solo che veri. Veri. Soltanto l’arrivo di un’altra coppia di italiani la convincono a lasciare questa condizione. Solo l’intrusione involontaria riesce a distogliere le lacrime celate con sapienza dagli occhiali scuri. Ciao Pere Lachaise, continuando a camminare incrociando per caso i fantasmi di Edith Piaf, Apollinaire e Rossini. Tutti fantasmi in gita e pronti a chiedermi di fare una foto al gruppo. Tornato a casa e scaricati i file delle foto in quella di cui parlo c’era rimasto solo il panorama.

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