Parigi ai primi di marzo (2)

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Pranzare bene a Bastille e poi con la calma del pomeriggio incamminarsi verso Place Des Vosges, e fare il giro dei portici e guardare le vetrine delle gallerie d’arte e spettegolare sulle opere interessanti ma soprattutto sulle ciofeche galattiche che siccome stanno esposte in queste gallerie allora valgono oro.  Questa è la mia piazza preferita di Parigi, sembra di un’altro tempo con i suoi giardinetti tranquilli e confortevoli. Con una bella camminata, oltrepassando l’Hotel de Ville, si arriva al Beaubourg che sembra una scatola postmoderna e bella nei suoi colori per bambini. Come mettere una scatola argentata in mezzo ad un villaggio medievale della Playmobil. Entriamo speranzosi e subito ci perdiamo anche qui, non la direzione ma la concezione del tempo e dello spazio.

Non si possono mettere insieme così tante cose belle, inquiete e stimolanti, se lo si fà l’effetto inevitabile è il disorientamento di chi guarda che alla fine smette di guardare e vaga alla ricerca di se stesso, non più dell’opera d’arte, a meno che se stesso non sia opera d’arte. Qui al Centre Pompidou tutto sembra alieno, persino i quadri dei primi del ‘900, persino la Bauhaus. Qui l’arte sembra futuro anche se creata cento anni addietro. E allora rimani matto al passaggio confuso davanti a Basquiat, Bacon, Rothko, Pollock, Matisse, Balthus, Chagall. Finchè non arrivi dai surrealisti con i loro oggetti che sono entrati nella storia come la ruota capovolta di Duchamp o la parete di oggetti di Breton e poi ancora Magritte, Balla, Man Ray, Dalì, Otto Dix, Picabia, Picasso (tanta roba di Picasso), Mirò, Mondrian, Klee, Modigliani e Brancusi. E basta! Basta! alla fine non ce la fai. Bisognerebbe avere un giorno per ognuno di questi. Inesorabile arriva il tramonto e con esso i custodi che, formando una linea, dal fondo ci spingono gentilmente verso l’uscita. Anche in questa operazione c’è qualcosa di artistico, sembra un’espulsione razionale e programmata.

La cena è al quartiere latino in un ristorantino dignitoso con cameriere gentili, un buon vino, buon mangiare. Poi una passeggiata per tornare all’albergo con l’intenzione di  passare di fronte a Saint Sulpice ma la sorpresa è che mezza chiesa è coperta da impalcature e travi d’acciao: una impressione non bella, una sorta di sublime a metà, una contaminazione, una malattia. Peccato. Il riposo è quanto mai opportuno in vista delle ultime ore. E al mattino mi godo il turismo di massa della Tour Eiffel che fa tanto quadretto panorama attaccato sopra il divano delle case popolari. Dalla Tour verso Quai d’Orsay a piedi mangiando per pranzo una baguette e osservando con curiosità l’uscita dalla scuola dei bambini parigini.

L’ultimo pomeriggio, io e Sara lo dedichiamo al Museo d’Orsay e che vuoi di più dalla vita? altro che un Lucano (con tutta la simpatia pe i lucani). Qui c’è altra storia: Manet, Le dejeneur sur l’herbe; Monet; Courbet… Santo Courbet, L’origine del mondo; Callebotte; Van Gogh, quel matto folle superiore di Vincenzo Van Gogh; Degas e tanti tanti altri che mi viene da riflettere sul fatto che questi quattro giorni sulle strade di Parigi mi hanno stimolato per eccesso e ora trovo difficoltà a mettere sulla pagina il tutto, mi sembra difficile come scrivere la storia del mondo. Così mentre a tardo pomeriggio riprendo il treno dell’Italia zeppo di studenti anconetani maleducati e professori ancora più maleducati degli studenti, di signorone emigrate che tornano tronfie di bottiglie e formaggi in abruzzo e anche tre generazioni di donne ucraine e russe presumibilmente senza permesso di soggiorno che entrano in Italia dalla Francia, per rovinarsi gli affetti e concedersi un po’ di moneta. Così del tutto fuori luogo in questa bolgia di puzze e schiamazzi penso che Parigi val bene una messa, due messe, tre messe, quattro messe. Poi mi addormento e mi sveglio in Ancona con sulla macchina una multa di 38 euro e una ruota sgonfia. I Love AN.

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