L’Inquietudine serpeggia nella Tribù di Macerata – 9 marzo 2009

Inquietudine (1990) – Giulio Orioli

Cos’è quest’aria inquieta appesa all’ultimo strascico di inferno che ancora non è arrivata primavera e già s’insinua dentro e provoca, provoca violenti turbamenti, provoca scrosci di sangue e pioggia? Cos’è quest’aria che dona energia per spostare i tavoli dei ragazzini prima che arrivi la tribù, prima che Caravaggio e Velasquez inizino a dipingere? Cos’è che spariglia lo scorrere degli eventi e ipnotizza Giulietta, Rossana e Jeanne? Cos’è che non distingue realtà da fantasia, romanzo da realtà, giusto da sbagliato? Cosa cazzo è che consente al marcio di danzare così vicino al sublime? L’inquietudine si fà largo nel cuore degli onesti, gli inquieti, belli e selvaggi, coscienti di esserlo, coscienti delle stelle cadenti, capaci di parlare con il roveto ardente (come le pupille).

Il tramonto e l’alba che hanno gli stessi colori, diverse le sfumature, le stelle cadenti mi inquietano così come mi inquieta l’allegria forzata. La Tribù si è accodata a questi ragionamenti spuri e mi ha baciato sul collo come solo un gruppo di saggi sa fare. Cos’è l’inquietudine è la domanda e la discussione sfocia nella certezza di nessuna risposta. Non lo sappiamo cosa è l’inquietudine. A volte è fonte di energia e sprazzo di genio, altre è paura, trauma, fronti corruciate. Qualcuno come Amneris ha pensato all’inquietudine come ad una gemella e io sono rimasto matto a questa definizione.

Altri hanno associato questo sentire all’attesa e al fastidio dello squillo del telefono (Gianluca), altri alla rottura dell’equilibrio. Io ero lì infossato nella mia seggiolina ad ascoltare tutti e poi a cercare di codificare questo magma che percorre anche me. Per fortuna Christian ha ipotizzato l’imquietudine come una crisi e la crisi è utile per fare chiarezza. Nei paesi normali. Per Matteo l’inquietudine è una freccia che si scocca da sola in direzione opposta, e poi ancora tanto altro. L’inquietudine è un tendere, una tensione. E poi no so cosa è accaduto ma ho sentito forte e chiara questa idea – Più un umano fa del bene e più il male gli cammina accanto – Ho avuto bisogno di un po’ di tempo, ho avuto bisogno di strirare braccia e gambe. L’inquietudine è il bene e il male insime; sta a noi veicolarne l’energia. Questa gente della tribù presente come sempre, attenta, curiosa, il segno distintivo di questa gente è l’esprimersi al di fuori dei propri segnaati limiti. Non aver paura delle proprie inquietudini, renderle arte, sfidare le convenzioni, giocare a rimpiattino con i luoghi comuni. Gli inquieti sono più belli.

GIORNO ANONIMO
(Amneris Ulderigi)

Un giorno anonimo
sciupato nei contorni, dintorni.
Non sorrido l’umore, l’amore
strappo la vita incognita
lineamenti opachi sfocati
oltre vetri appannati
non ha connotati.
Tiro le tende, mi addentro
sprofondo.
Le mani arrese le chiudo
in un abbraccio rifugio, richiudo.
Il buio mi ammanta,
L’ansia, mi svuota.
Il silenzio del nulla
indefinita apatia, come foschia.
Vagabondo la noia, mi perdo
la paura scivola dentro
informa spaventa deforma.
Ombra che avanza
fantasma.
Malinconia che prende,
che mi abbandona al niente.
E’ l’ora del caffé,
il profumo mi distrae, non mi attrae
Convalescente rimango inerte
silente.
Ristagno lacrime
in un lago di cenere
pausa dove muore la realtà
oltre le attese le difese
oltre me senza te.
Caos calmo, inquietudine.

—-

 ESSEPUNTATO
(Sara Massei)
 
Siede miope e
annodata a
mani dure, più
adatte a un uomo.

Spesso severa,
svetta su labbra
strette a svolgere
fili di dita blu.

Tutto le duole-
l’azzardo di un solo
cielo come l’eclissi
cava dal pozzo-
ma a cura di niente.

Ha provato a stendere
un prato lontano
che cresca oltre
il profilo di fretta e
seria ripete

“Un sorso di mare
in una coppa perde
il suo lume non
altrimenti che una seta”

poi si gira e ride
da contarle i denti.

 —-

IO E IL MARE
(Onorina Lorenzetti)

Inquieta la mente
che pensa a un passato

subbuglio dentro
le viscere i muscoli
la pelle singhiozzano

l’acqua trasparente
incolore
prende l’azzurro
dal cielo

io perdo lacrime
dentro l’acqua incolore

mi affido al movimento
delle onde
inquieta la mente
inquieto il corpo

dentro la calma apparente
inquieto il mare
mentre mi abbraccia

—-

DI LACRIME E D’APNEA
(Marco Di Pasquale)

Trascorsero alcune decadi
tuttavia ancora tra incudine
e cervello ci sospende
alla spina della schiena
che s’aggomitola sulla latitudine
di tempo sgranellato
e mai sazio
in lumine il sipario a schiudere
distinguerà lamine ed orizzonte
passando goffi ci si animerà
di pianti e d’apnea
lambendone il sapore
le ferite decifreranno

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