Secondo incontro con le classi terze operatori elettrici dell’Ipsia – 13 marzo 2009

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Sempre di mattina, sempre curioso e con nella sporta un bel mucchietto di libri, mi sono diretto verso la sede maceratese dell’Ipsia per incontrare per la seconda volta i ragazzi delle classi terze operatori elettrici (loro si sono definiti tecnicamente così). Le professoresse di letteratura italiana delle due classi mi avevano avvisato di una certa curiosità che il primo incontro aveva diffuso tra i ragazzi e questo mi metteva di buon umore. Un buon umore che speravo fosse contagioso. Così per la prima ora entro nella terza B appendo il cappotto e tiro fuori i libri. Teoricamente oggi dovrei parlare della mia esperienza poetica, dei miei libri, delle mie poesie.

La proposta che faccio ai ragazzi è quella di utilizzarmi come un juke box, cioè di chiedermi poesie su argomenti che loro vogliono e tentare in questo modo di viaggiare dentro le cose che ho scritto e contemporaneamente far capire che la poesia può parlare di qualsiasi cosa e può rivolgersi a ogni essere umano che può considerarsi tale. Le rischieste sono piovute a pioggia una dietro l’altra; tra queste i temi più gettonate (proprio come nel juke box, ma sapranno sti ragazzi cos’è un juke box?): la guerra, l’amore, l’amicizia, l’odio, la musica. Tutti temi assoluti alla loro età e che mi hanno permesso di spaziare e leggere tra esperienze e poesie.

Al termine dell’ora vado nella terza A, e più o meno riparto con lo stesso rito della svestizione: mi tolgo il cappotto, lo appendo, tiro fuori i libri e tento di spiegare il perchè da quel momento in poi avremmo parlato della mia poesia, delle mie esperienze letterarie eccetera eccetera (anche mentre scrivo ora mi sorgono dei dubbi). Partiamo più o meno con lo stesso metodo, chiedo loro di utilizzarmi, e penso che sia una cosa bella poter “utilizzare” uno che scrive poesie, eppure a pensarci ora mi sono sopravvalutato. Ho fatto un errore tipico di chi pensa di parlare a un gruppo di persone dando tutto per scontato.

Iniziano ad arrivare le richieste: anche qui l’amore, la musica, l’amicizia, poi arriva sacrosanta la richiesta di una poesia sulla libertà, poi ancora altre richieste, molte che oggi nemmeno le ricordo tutte, leggendo qua e là strappo qualche sorriso, però mi accorgo anche di un certo scetticismo. Inevitabilmente mi sembra che alcuni ragazzi siano più attenti e interessati, altri meno. Normale che sia così. Alla fine quando mancano cinque minuti alla campanella tento di capire cosa pensano loro della poesia, chiedo un loro parere sulla poesia in generale, forse però sbaglio espressioni e probabilmente qualcuno comprende male. Arrivano un bel po’ di pensieri positivi, alcuni tirano fuori parole a forza, però sono belle parole, dimostrano che la poesia ha ancora su tutti, anche su ragazzi che apparentemente sembrano disinteressati, una forte attrattiva. Mi lascio per ultimo un ragazzo che mi sembra interessato, anche nell’incontro precedente aveva dimostrato una certa curiosità. L’ho lasciato pee ultimo pensando di chiudere in bellezza, pensando di portarmi a casa il suono lusingante di un’approvazione. Gli chiedo: – Tu che ne pensi? – Lui impassibile, serio, pragmatico e con la tranquillità dei giusti mi risponde: – A me le tue poesie non piacciono per niente –

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