Lettera senza tempo di Matteo Ricci ai maceratesi

(articolo pubblicato sulla rivista culturale online Marche Cultura http://www.marchecultura.com/ il 20 nov. 2009)

Da questa Bejing ad ottomila chilometri dalla mia città natale, piccola e sconosciuta, in un tempo passato, lontano quattrocento anni dall’odierno, osservo, penso e ricordo le strettoie acciotolate e la piaggia che porta sulla piazza. La maturità concede una visione distaccata e priva di nebbiosi sentimentalismi. Come sarà la mia città di Macerata?

Cantata dai poeti e sempre vista morta che se fosse così stato sarebbe un cimitero del piceno come qualcuno dopo di me già disse. Eppure da questa alba solare e mandarina non sembra tanto trapassata Macerata, piuttosto appare, come sempre, scettica e diffidente, incontentabile e molto poco avvezza al compiacersi. Io ci ho provato a descriverla a Wan Li, la mia città, ma lui che già si fregia di essere reggente del celeste impero bofonchia spazientito e non comprende il doppio gioco dei maceratesi; campioni del voler essere ostinati e chiusi, convinti del proprio isolamento eppure scontenti all’apparenza per il motivo stesso del loro vanto.

Mi giunge voce dal futuro che tra duecentoventi anni inaugureranno un monumento appena fuori le mura chiamato Sferisterio, una sorta di teatro a mezza ellisse dove ci giocheranno a palla col bracciale e poi più in là negli anni sarà patria del melodramma e dello sfarzo di campagna. Una visione storta s’insinua tra i miei capelli bianchi, sulla mia barba vecchia di gesuita marchigiano: l’idea del viaggio è parte naturale della stirpe. Maceratese sì ma non di petra.

Prima di salpare per l’Asia delle missioni ho soggiornato a leggere poesie tra mescolati astanti in una città del Portogallo che vista dalla rive del Mondego somiglia identica alla mia città. Coimbra è proprio uguale a Macerata se la si osserva dalla valle e le università seguono gli stessi ritmi lenti, le stesse parodie della sapienza. Sarebbe poco opportuno ora tornare per i festeggiamenti che stanno preparando, sarebbe indelicato e rischierei che non mi fanno santo. Così da questo sottoterra del riposo, poiché qua in Cina in un giardino m’hanno seppellito, io me la gusto tutta Macerata rosa, come se fosse sposa un po’ civetta, una coperta stesa sulla collina in vetta.

Pare che per causa mia, di questo quarto centenario della morte si faccia un gran parlare oltre le porte; così con quel sarcasmo che ancora mi fa maceratese saluto i miei concittadini tutti e vi dileggio un poco perché per me vi siete messi sulle spese.

Per sempre vostro, Matteo Ricci

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Una Risposta to “Lettera senza tempo di Matteo Ricci ai maceratesi”

  1. matilde Says:

    Attraverso altro blog (librisenzacarta per la precisione) sono approdata a questa lettura, dopo aver ascoltato Seri poco fà leggere una sua poesia dedicata al figlio, sempre su qesto blog. Sarà per via della cadenza che ho ascoltato, e che mi è rimasta dentro, sarà per la poesia in quanto tale, pura e vera, sarà per tanto altro ancora, ma insomma questa lettera è poesia, in tutti i versi. Ha già una sua partitura non solo musicale, e manca solo un andare a capo, certamente già pronto e non casuale. Dico che un poeta, quando è tale, può scrivere anche in numero l’alfabeto delle parole, ma sempre poesia sgorga incontenibile e solenne, anche quando irriverente, saggiamente visionaria al servizio della verità.
    Complimenti.
    Fino a poco fà non ci conoscevamo. Adesso c’è un amico in più con cui poter dialogare.

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