SCENA 1 – LUGLIO 1987

Seduti all’interno di un bar di corso Cavour parlando e bevendo, un succo giallo di pompelmo lei e latte e menta da film d’un verde appena abbozzato io. Fuori il caldo di luglio del millenovecentottantasette, dentro i nostri gomiti nudi appoggiati allla tovaglia del tavolino a scacchi girigi e viola e la tivvù issata sulla mensola più alta del locale che urla le voci degli italiani a Wimbledon mentre Canè stramazza di passanti e bestemmie il re del tennis, Lendl è alla frutta e sta perdendo di brutto. – Vai Paolino che è bruttissimo – gli urlano dagli spalti tre sbandierati italiani e un tuffo a rete che strozza la palla del ceco. Esulto col pugno sotto al tavolo che balla mentre lei, pallida, bianca, con trucco nero accentuato, nel suo nero totale, magra dentro a larghissimi pantaloni neri di lino ed una nera camicia slacciata a far intravedere il quasi nulla del seno.

La osservo con la testa inclinata mentre mi parla di Cingoli e dell’ultimo anno di scuola, mi parla da donna matura nel suo diciottesimo anno d’età, mi parla di uomini sopra i vent’anni e dalla mia faccia da schiaffi se ne escono assensi supini, falsi nel paradosso d’una parvenza di saggio e curioso. Se fosse volata una mosca avrebbe ronzato intorno scuotendo la testa per le troppe evidenti differenze compreso il vestire e l’età. La mosca avrebbe di certo disapprovato i miei jeans di seconda scelta e la maglietta gialla e le scarpe da tennis. L’unico marchio in comune lo fece notare la donna al bancone chiedendoci in un eccesso di confidenza se fossimo stati fratelli; e noi giù a ridere e riderci addosso dei nostri capelli neri e cortissimi, a spazzola entrambi. Ed eravamo partiti al mattino prendendo le abituali corriere di scuola, le stesse lamiere ma sigle e partenze diverse. La sasp a copririe i diciotto chilometri tra Colmurano e Macerata per me e per lei farabollini da Cingoli al capoluogo. Nel walkman imparavo i passi del rock ascoltando le prime note dei Doors “…American boy, american girl, most beautiful people in the world…” e il controllore triste pelato e marito scontento della figlia del padrone delle corriere mi chiese il biglietto distratto, ed io più distratto di lui pensavo al prossimo arrivo fermata giardini perchè quello era l’appuntamento, quel giorno era un giorno di luglio importante . Quando la vidi scendere dalla corriera blu con lamiera infuocata attesi il silenzio del rumore dei motori a gasolio mentre lei mi salutò sorridente per nulla imbarazzata. Un bacio alla guancia e mi prende per mano – Bambino –  mi chiama e partiamo. Un giro ai giardini intorno alla vasca poi stesi sul prato a fumare. Io che la ascoltavo in silenzio e lei che ogni tanto cantava. E poi all’improvviso distesa appoggia la testa al mio petto e trasalgo che quasi mi svengo, ci penso, lo sento il piccolo vento che porta il profumo del corpo alle mie narici, al cervello. Io vedo nell’alto le querce e mi atteggio alla vita ma lei se ne accorge e mi chiede se scrivo ancora poesie. Sorrido rispondo di sì, così da vestale qual’è tira fuori dal sacco che chiama la borsa, un foglio acciaccato e mi legge qualcosa che conta delle malinconie e dei neri sfumati e cappotti invernali, ricordo senza mai averla letta un passo che recita delle ferite inferte alla sua anima storta. Almeno due ore sul prato e poi la proposta del pranzo. Giriamo attraverso le mura, facciamo in salita, le scale del centro e a fianco di metà scalinata troviamo alla destra un’insegna per l’osteria dei fiori. Ci vedono entrare, avranno pensato che forse eravamo giovani e matti a pranzare in quel posto per grandi. Mangiammo la carne ricordo e nemmeno una goccia di vino; e avanti a cascare parole e sguardi in un gergo fornito dal tempo e imparato sui banchi di scuola o nei pomeriggi di deejay television. E poi, nel totale tremore dell’ansia terrore le pongo la domanda importante fatta assaggiando una torta mentre è lei che m’imbocca con l’unico cucchiaino voluto da entrambi. – Ma sei troppo grande per me? – mi guarda con l’aria di sfida dei suoi occhi neri e lucenti deglutisce un sorriso, lo abbozza, e allo sguardo sbranato mi sento spezzato. – Sei ancora un bambino, Bambino, per me – risponde mutando in pallore il bianco del volto e le cede un po’ spazio la bocca, poi di nuovo m’imbocca, di nuovo sorride e spinge scherzando forzando nella mia gola impastata l’ultimo pezzo di torta. Paghiamo ed usciamo salendo di nuovo le scale a completare la rampa che porta alla piazza più vuota del deserto lunare. Ai primi di luglio all’ora di pranzo non muove una paglia, non senti nemmeno un rumore. Scendiamo di nuovo stavolta dal lato di via Matteotti e giù a non incrociare nessuno e privi dell’ombra e poi una viola o un violino che escono dalla finestra della probabile casa in affitto di via Graibaldi, una di quelle prese  per un mese soltanto dai musicanti orchestrali dellla stagione, quando lo Sferisterio era per me ancora illusione. Attraversando i cancelli arrugginiti che ormai era già pomeriggio di un’ora abbondante evitammo pensando alla vita immortale la strada; ridendo di chi ogni giorno si serve del sottopassaggio – Noi non moriremo mai, Bambino, mi disse – Io le sorrisi cercando la mano e lei me la prese come per gioco e con uno strattone improvviso mi pose in mezzo alla strada, urlando – Adesso aspettiamo e vediamo se hanno coraggio a metterci sotto – Rimasi per mezzo minuto impupito col fiato in sospeso al pensiero costante che mai sarebbe passato un passante. Difatti aspettammo oltremodo e poi annuendoci addosso ridendo del nome animale concesso alle zebre d’asfalto facemmo quei passi epocali, soltanto per noi, che mossero fino al bar di corso Cavour e dentro ci stava la donna dietro al bancone e sopra all’ultima mensola il televisore con Wimbledon e Paolo Canè. Ormai, dopo essersi illuso, il tennsita italiano avanti, a due punti dal vincere il match, avanzò a rete dopo il servizio migliore e Lendl rispose un dritto a cannone. Per un istante vidi la mano di Lara frugare per una sigaretta e mentre la palla passava il passante, Canè si tuffava e d’un niente non la raggiungeva. E c’era sapore di epica in quella giornata. Così quando a fine partita deluso il pubblico usciva fu anche il nostro momento di andare. Di fuori dal bar di nuovo nel caldo e nel sole accecante, lei mi pose una mano sul collo da dietro avvenente ed io ne avverti un fremito gelo, contrasto di temperature. Mi volto nel vòlto la vedo, e lei nei suoi anni imponenti, nel culmine del dirsi maggiorenne, e pure più bssa di me, mi guarda dall’alto della sua età e mi bacia per la prima volta del mio primo bacio gigante. E di quell’attimo istante, di quel bacio per niente, di quella ebrezza volante, ricordo ancora e presente come fosse dolente, le scaglie del pompelmo sulle sue labbra. Le sento le posso contare una ad una ancora oggi tutte da destra a sinistra sia sopra che sotto, e sento il sapore delle labbra di Lara alle quali affidavo le sognanti ore intime nel silenzio della mia stanza e anche la sera prima e tante altre sere prima. Così mi sovviene l’amore se devo parlarne, è il gusto, il sapore, è caldo e solare l’amore. È un bacio tra due adolescenti, tra due incrori imponenti, tra una donna che ancora va a scuola e un bimbo dal corpo maturo. E poi poco dopo di nuovo ai giardini ad aspettar la corriera. Ognuno a salire i tre pezzi di ferro che chiamano scale sulla propria carrozza rituale, pensando all’estate che sarebbe stata e invece non fu. Una sequenza di noia e qualche telefonata. Poesie scritte da entrambi e lette per ore ad amici importanti che non ne potevano più.

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2 Risposte to “SCENA 1 – LUGLIO 1987”

  1. Michele Says:

    Lo sapevo già. La forza della poesia (che mascheri da prosa) è raccontare le cose piccole…

  2. Anonimo Says:

    oh ma è bellissimo! mi sa che mi compro il tuo libro

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