IN MORTE DI UN POETA – 18 maggio 2010

Così mi viene ancora da scrivere pensando alle lacrime e ad un negozietto del centro di Macerata che ho sempre visto ma che oggi ho finalmente soppesato. Le lacrime sono quelle della moglie di Edoardo Sanguineti, lacrime tenere, da donna; versate con dignità e dolore, non con rabbia; più con sconcerto. Lo sconcerto comune che accomuna i poeti al popolo, lo sconcerto che non potrà mai accomunare i potenti al popolo. Perchè i potenti hanno corsie preferenziali, hanno ospedali migliori e non aspettano mai al pronto soccorso.

Sanguineti che amava Parigi se fosse stato in Francia nei giorni scorsi non avrebbe atteso due ore al pronto soccorso, forse non sarebbe morto. Però morire in questo modo è stato tragico e dignitoso. L’ultimo dei grandi poeti italiani che muore perchè ha fatto la fila insieme al popolo nelle sale d’attesa, il poeta che muore per malasanità, concede a questo paese minuto, volgare e bancario una pentecoste di dignità. Probabilmente non accolta, non ascoltata. Figurarsi se qualche coscienza potrà essere svegliata in questo momento in cui la singola figura è assai impegnata a sopravvivere in se stessa.

Sanguineti dunque mi appare in un suo religioso spazio, quello dei martiri e dei martìri. Penso ad Alda Merini alla quale questa patria comico fascista (sì sì ora più che mai comico fascista) ha concesso gli onori di una casa popolare di 30mq, penso a Parronchi, dimenticato dimenticato, dimenticato, penso a Mario Luzi sbeffeggiato in parlamento dai gasparri di turno nella loro veste istituzionale, penso a Pier Paolo Pasolini morto ammazzato da qualcosa che con lo “stato” sembra avere a che fare, perchè lui sapeva. Ogni decennio forse ha il suo poeta martire, e santoddio Sanguineti lo è in pieno. Un poeta ammazzato dall’incuria, dall’ignoranza, dal disprezzo con cui noi italiani trattiamo gli altri noi italiani in qualsiasi contesto o ambiente. Sanguineti ammazzato dai treni in ritardo, dalle file alle poste, dalle privatizzazioni, dalle discariche, Sanguineti ammazzato dal lavoro precario, dalle banche che non sono più casse rurali di mutuo soccorso ma solo esclusivamente banche. Sanguineti ammazzato dall’amore cupo che lega ogni italiano sensibile a questa terra, dal voler comunque essere qui, viverla nonostante tutto.

In questo perimetro di tangenti e raccomandazioni, in questo recinto dove il merito ha un valore pari agli sfintèri, facciamo morire i poeti, le persone buone, i bambini, al pronto soccorso, in attesa; è un paese dove gli infermieri non vengono pagati da mesi e mesi e dovono togliersi il sangue fino a morire per avere riconosciuti i diritti di base. E’ un’Italia che attende, immobile e sovrappeso, che conta i soldi per metroquadro, che aumenta la benzina e non la cala quando il petrolio costa un quarto rispetto a due anni prima. Che senso ha piangere un poeta, ora che siamo tutti concentrati sul passaggio dall’anaologico al digitale terrestre, tutti pronti a gioire del calcIo mondIale, tutti arroccati sui propri miseri stipendi precari da fame. E mentre i poeti crepano anche di crepacuore mi accorgo che alla fine di via Crescimbeni c’è un negozietto vecchio con la porta grigia di legno e una vetrinetta sobria e inquietante, sembra proprio l’Italia, apparentemente sobria e molto inquietante. La vetrinetta espone due o tre lastre di marmo bianco, in quella al centro c’è una scritta formata da lettere in ferro battuto applicate, la scritta dice “Lavori cimiteriali”

(Alessandro Seri)

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